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              La ronda

              (1919-1923)

Scheda introduttiva di Daniela Gangale

La ronda«La ronda» (nel sottotitolo specificata come rivista «letteraria mensile») fu fondata da un gruppo di sette scrittori composto da Riccardo Bacchelli, Antonio Baldini, Bruno Barilli, Vincenzo Cardarelli, Emilio Cecchi, Lorenzo Montano e Aurelio Emilio Saffi. Ne vennero pubblicati 34 fascicoli dall’aprile 1919 al novembre 1922; il numero di dicembre del 1922 venne pubblicato posticipato di un anno, nel dicembre 1923.
Il luogo di edizione fu Roma, inizialmente presso l’Officina Tipografica Bodoni, poi presso la Tipografia Cooperativa Sociale, di nuovo presso la prima tipografia denominata nel frattempo Società Poligrafica Nazionale e infine presso lo Stabilimento Poligrafico per l’Amministrazione della guerra e lo Stabilimento Poligrafico per l’Amministrazione dello Stato; direzione e amministrazione furono collocate inizialmente in P.zza Venezia, 88 e successivamente in Via Trinità dei Monti, 18.
Fedele a se stessa nel formato e nella grafica, la rivista venne stampata sempre con una copertina di color rosa mattone che recava il disegno di un tamburino, opera del pittore Armando Spadini. Quanto alla periodicità, pur rimanendo formalmente mensile, conta due numeri bimestrali (1919, n.4, luglio-agosto; 1921, n.11-12, novembre dicembre) e numerosi fascicoli doppi. I numeri 3, 4 e 5, marzo-aprile-maggio del 1921, sono costituiti dalla pubblicazione de Il Testamento letterario di Giacomo Leopardi, antologia dello Zibaldone a cura di Vincenzo Cardarelli.
A partire dal quarto numero della rivista, la direzione venne assunta da Vincenzo Cardarelli e Aurelio Emilio Saffi; contestualmente la cosiddetta lista bloccata dei sette redattori venne virtualmente sciolta in favore di un ampliamento dei collaboratori.
Nata poco dopo la fine del primo conflitto mondiale, questa rivista riflette il clima di generale ritorno all’ordine diffuso tra gli intellettuali di quel periodo, che creerà le condizioni per l’affermazione del fascismo. A differenza di riviste come «La voce» che si aprivano a differenti idee e tendenze, promuovendo un dibattito su varie questioni non solo letterarie e culturali in senso stretto, «La ronda» chiarisce sin dal primo numero, attraverso un ampio pezzo di Cardarelli, i suoi obbiettivi letterari: tornare ai classici e ad una ricercata «castità formale», contro le avanguardie e contro la sperimentazione che aveva contraddistinto il primo quindicennio del Novecento. Nella visione dei fondatori della rivista, la letteratura è una disciplina per eletti e trova giustificazione in se stessa, non avendo altro scopo che il diletto; la via per praticarla è quella del rigore e della compostezza, che si trovano nella tradizione umanistica.
Articoli di carattere musicale sono presenti nella rivista a partire dal quarto numero, per un totale di 13 interventi, tutti piuttosto lunghi e significativi. Fatta eccezione per quattro di questi, due a firma di Fausto Torrefranca, uno di Gian Francesco Malipiero e uno di Oscar Bie, l’autore di tutti i contributi è Bruno Barilli (Fano, 14 dicembre 1880 – Roma, 15 aprile 1952) poliedrica figura di compositore, critico e scrittore. Formatosi inizialmente al conservatorio di Parma, dove aveva conosciuto tra gli altri Ildebrando Pizzetti, insofferente del retrogrado ambiente italiano, si era trasferito in Germania nel 1902 per approfondire i suoi studi musicali, diplomandosi l’anno successivo. Tra le sue opere giovanili una certa risonanza ebbe Medusa, parte della quale fu pubblicata nel 1913 grazie all’amico Pizzetti su «Dissonanza», rivista musicale emanata dalla fiorentina «Voce».

A partire dal numero di dicembre del 1919, Barilli dà vita ad una rubrica a cadenza irregolare per un totale di 6 appuntamenti, dal curioso titolo di «Delirama», parola inventata probabilmente dallo stesso Barilli che unisce i termini ‘delirio’ e ‘panorama’. Si tratta di brevi articoli raggruppati insieme, a volte segnati da una cifra romana, a volte dal semplice spazio bianco tipografico, a volte da un titolo che, partendo da un dato musicale (l’ascolto di un brano ad un concerto, un personaggio musicale, compositore o cantante…), trascolorano vivacemente in altre considerazioni, più o meno polemiche, in grado di tracciare un ritratto sicuramente fazioso ma estremamente godibile della società italiana del tempo e delle sue abitudini e opinioni musicali. La lingua usata da Barilli è ascrivibile alla prosa d’arte, con un’aggettivazione ricca ed immagini iperboliche; in alcuni casi il dato musicale è inserito in una vera e propria narrazione letteraria, sotto forma di racconto-apologo come nel caso de La danza delle tre sorelle1e Un delitto in teatro2.
Tra i giudizi critici espressi nella rubrica spicca l’aspra critica a Debussy (febbraio 1920, pp.89-94) la cui musica è considerata troppo intellettualistica, opinione del resto diffusa tra altri critici della generazione dell’Ottanta come Pizzetti; l’esaltata fascinazione per i Ballets Russes di Diaghilev, i cui interpreti sono visti come sacerdoti di un’esoterica religione; il giudizio negativo sulla Salome di Richard Strauss, che tuttavia riconosce essere uno dei musicisti più interessanti della scena contemporanea; l’entusiastico giudizio sul Falstaff di Verdi, giudicato un capolavoro pur riconoscendo che l’opera più innovativa è il Trovatore; la critica ai Maestri Cantori di Wagner, ritenuta un’opera completamente diversa dalla tetralogia e quasi sempre noiosa. Nell’ultimo numero della rivista, dicembre 1923, è pubblicata una biografia romanzata e fitta di aneddoti del contrabbassista Giovanni Bottesini, in cui la penna frizzante di Barilli restituisce la figura del musicista con viva freschezza.
Tutti i pezzi di «Delirama» confluiranno in un volume omonimo, pubblicato nel 1924 e poi più volte negli anni Quaranta, con l’aggiunta di altri articoli.
L’atteggiamento polemico di Barilli attacca soprattutto i critici musicali, colpevoli di frapporsi tra artista e popolo, e in generale le istituzioni, siano esse i Conservatori di cui lamenta l’obsolescenza, sia il sistema produttivo legato al melodramma, ormai schiavo di mere logiche economiche, e al nascente cinematografo, creatore di divismi effimeri.
I due articoli a firma di Fausto Torrefranca sono una recensione ad un volume di Henry Prunières3, e un ampio saggio su Arrigo Boito4. In quest’ultimo Torrefranca rivela un’approfondita conoscenza dell’autore, analizzando puntualmente le sue opere Mefistofele e Nerone, e considerando il compositore non un romantico ma un classicista moderno, che cerca una via moderna al comporre attraverso la rielaborazione di modelli e contenuti classici, tratto che lo accomuna alla ricerca dei compositori contemporanei più interessanti.
L’intervento di Gian Francesco Malipiero5 tratteggia con penna graffiante una breve storia del teatro d’opera, mentre quello di Oscar Bie6 è dedicato alla situazione delle arti in Germania ed è affrontato con una prosa asciutta e quasi cronachistica, ben diversa da quella degli interventi degli altri collaboratori musicali.

 

Note


1 «La ronda», III, 7, luglio 1921, pp. 449-454.

2 «La ronda», IV, 11, novembre 1922, pp. 798-802.

3 «La ronda»,I, 4, luglio-agosto 1919, pp. 75-76.

4 «La ronda», I, 5, settembre 1919, pp. 53-61.

5 Storia del melodramma italiano in «La ronda», I, 7, novembre 1919, pp. 120-121.

6 Teatro, musica e arte in Germania, in «La ronda», IV, 3-4, marzo-aprile 1922, pp. 263-271.

 

 

 

 

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