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Pegaso

(1929- 1933)

 

Scheda introduttiva di Daniela Gangale

PegasoFondato a Firenze da Ugo Ojetti, il mensile «Pegaso» fu pubblicato regolarmente dal gennaio 1929 al giugno 1933 per i tipi di Felice Le Monnier nei primi due anni, passando poi dal gennaio 1931 alla Casa Editrice Fratelli Treves, presso il Palazzo dell’Arte della Lana. Accanto a Ojetti, che figurò sempre come direttore, Pietro Pancrazi ricoprì la carica di segretario di redazione ma fu in realtà il vero organizzatore della rivista. Meno significativo ma pure presente, fu l’intervento di Giuseppe De Robertis, che sarà poi redattore della rivista «Pan» (1933-1935), vero e proprio proseguimento di «Pegaso».

La rivista mantenne intatti il formato e la grafica nei quattro anni e mezzo di pubblicazione; la copertina di colore arancio era caratterizzata da una piccola incisione rappresentante il cavallo alato e conteneva già il sommario. Il significativo sottotitolo, “Rassegna di lettere e arti”, rendeva esplicita l’idea portante della rivista che nella visione del suo direttore doveva essere una pubblicazione culturale in senso lato, atta ad ospitare contributi che spaziassero dalla letteratura, alle arti figurative, alla musica, con un occhio attento all’attualità. In effetti «Pegaso» tenne fede a questa missione e pur non essendo considerata da studiosi e critici con la stessa attenzione di riviste come «La Voce» o «La Ronda», «Solaria» o «900», ospitò contributi di ottimo livello, rivelando oltre alla vastità di interessi, un livello costantemente elevato del dibattito culturale.

Per capire meglio il parziale oblio in cui la rivista, insieme alla sua continuazione «Pan», caddero successivamente, bisogna chiarire la posizione di Ojetti nel suo contesto storico e il rapporto delle sue iniziative editoriali con il regime fascista. Vero e proprio poligrafo, esperto d’arte e di letteratura, Ojetti fu il rappresentante più eclatante di quel giornalismo che, pur mantenendo un minimo spazio critico nei confronti del regime, non ne prese però affatto le distanze, valorizzando anzi quegli aspetti di ritorno all’ordine che erano apprezzati da una gran parte dell’opinione pubblica. La critica che è stata quindi mossa a Ojetti dai suoi contemporanei è stata quella di opportunismo: sotto l’insegna di un preteso buon senso e buon gusto Ojetti avrebbe tratto vantaggio da una posizione poco netta nei confronti della dittatura. La distanza temporale che oggi ci separa dalla vita e dall’opera di questo noto e influente personaggio e dal suo tempo, stempera il giudizio in toni più cauti. Giorgio Pullini1, ad esempio, tende a porre in evidenza all’interno del conservatorismo e moderatismo convinto di Ojetti, uno spazio di riflessione evidenziato da certa sua produzione come quella aforistica, in cui l’amore del “giusto mezzo” è controbilanciato da una ricerca personale in cui la realtà è vista come molteplicità da indagare, fatta di contrasti e di dialettica tra opposti.

Riflesso di questa visione molteplice, pur nella ricerca di un ordine nella vita come nell’arte, è la scelta, comune a tutte le aree della rivista compresa la musica, di non affidare a una sola voce le singole discipline, come spesso avveniva in altre riviste di quel periodo. Collaboratori musicali di «Pegaso» furono quindi Mario Labroca, che esordisce con un ampio intervento su Stravinskij già nel primo numero2, Mario Castelnuovo-Tedesco, Alfredo Casella, Guido Maggiorino Gatti, Massimo Mila, Piero Nardi e altri, ciascuno presente con un piccolo numero di contributi che sono soprattutto interventi critici o recensioni di volumi.

Anche Ojetti stesso interviene in campo musicale nelle sue “Lettere” o nei “Settimanali”, la parte della rivista più frizzante, in cui il direttore si rivolge direttamente a personalità del mondo della politica e della cultura oppure compila una specie di diario settimanale, in cui porta alla luce questioni più o meno scottanti. Il tono dei suoi cinque interventi3 è molto vario: dall’ammirazione affettuosa per il genio di Arturo Toscanini, a quello venato di malinconia per Paderewski, al tono polemico relativo alle questioni di attualità come la critica al sistema produttivo del melodramma e dei festival musicali e la polemica sulla difficoltà dei giovani artisti ad affermarsi.

Molto viva nei primi anni della rivista è la riflessione sul Neoclassicismo musicale che, alla fine degli anni Venti, viene valutato complessivamente come la reazione alla vasta crisi culturale che si era resa evidente dopo la guerra mondiale ma che era già presente nel primo decennio del secolo. Intervengono sulla questione il già citato Labroca, Mario Calstelnuovo-Tedesco4 e Alfredo Casella5. Il dibattito sull’attualità è in generale molto vivo e si estende ad abbracciare una visione europea della questione, attraverso i panorami di Labroca sulla Germania6, Casella sulla Spagna7 e Gatti sulla Francia8, che agganciano sempre le proprie considerazioni ad una visione storica, centrata su un passato prossimo di cui sono stati spesso testimoni in prima persona.

Di grande interesse sono anche il pezzo di Ronga Per la coscienza storica della musica italiana9, che addita ancora una volta il problema della percezione della musica rispetto alle altre arti in Italia e quello di Mila volto a chiarire la portata della “Verdi Renaissance”, in relazione agli orientamenti della musica contemporanea10.
Tra i tratti peculiari della rivista segnaliamo anche la curiosità e la riflessione intorno ai moderni mezzi di riproduzione del suono, la radio e il grammofono, che stanno cambiando, insieme al cinematografo, il modo di fruire la musica e che pongono quindi nuovi problemi estetici. Un primo intervento è firmato da Giuseppe Prezzolini11; contengono interessanti osservazioni in merito anche una recensione di Gatti12, un intervento di Castelnuovo-Tedesco13 e uno di Mila.14

Note


1 Giorgio Pullini (a cura di), Pègaso – Pan, Treviso, Canova, 1976, pp.15 e sgg.

2 Mario Labroca, Strawinskij musicista classico, «Pegaso», I, 1, gennaio 1929, pp. 61-64.

3 Ugo Ojetti, Lettera al Maestro Arturo Toscanini, ivi, I, 2, febbraio 1929, pp. 227-28; Id., Lettera al Maestro Alfredo Casella, ivi, II, 1, gennaio 1930, pp. 86-89; Id., Settimanali: Paderewski alla Scala, ivi, III, 7, luglio 1931, pp. 91-92; Id., Settimanali: Lauri Volpi e il teatro alla moda, ivi, III, 8, agosto 1931, pp. 217-18; Id., Settimanali: Gino Rocca, Salisburgo e noi, ivi, III, 9, settembre 1931, p. 339.

4 Mario Castelnuovo-Tedesco, Neoclassicismo musicale, ivi, I, 2, febbraio 1929, pp. 196-204.

5 Alfredo Casella, Il Neoclassicismo mio e altrui, ivi, I, 5, maggio 1929, pp. 576-83 ma vedi anche Id., Moda e sostanza nella musica d’oggi, ivi, V, 4, aprile 1933, pp. 411-21.

6 Mario Labroca, Panorama della musica tedesca contemporanea, ivi, II, 6, giugno 1930, pp. 703-07.

7 Alfredo Casella, Il “rinacimiento” musicale iberico, ivi, II, 7, luglio 1930, pp. 86-89.

8 Guido Maggiorino Gatti, Il “ritorno alla semplicità” in alcuni giovani compositori francesi, ivi, III, 7, luglio 1931, pp. 52-63.

9 Luigi Ronga, Per la coscienza storica della musica italiana, ivi, I, 12, dicembre 1929, pp. 701-11.

10 Massimo Mila, L’equivoco della rinascita verdiana, ivi, IV, 2, febbraio 1932, pp. 200-07.

11 Giuseppe Prezzolini, Le delizie del grammofono, ivi, I, 9, settembre 1929, pp. 348-52.

12 Guido Maggiorino Gatti, Libri: André Coeuroy et George Clarence, Le phonographe. André Coeuroy, Panorama de la Radio, ivi, III, 4, aprile 1931, pp. 508-12.

13 Mario Castelnuovo-Tedesco, Difesa (ovvero elogio funebre) del pianoforte, ivi, III, 8, agosto 1931, pp. 232-35.

14 Massimo Mila, Musica e cinematografo, ivi, V, 2, febbraio 1933, pp. 153-60.

 

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