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Solaria

(1926-1936)

Scheda introduttiva di Daniela Gangale

Solaria Fondata a Firenze da Alberto Carocci, «Solaria» pubblicò il primo numero nel gennaio del 1926 concludendo le pubblicazioni 8 anni più tardi nel 1934, anche se gli ultimi due numeri saranno editi nel 1936. Il sottotitolo che accompagnava la testata fu inizialmente «Rivista mensile d’arte e idee sull’arte» per poi mutare, già a partire dal secondo numero, in «Rivista mensile d’arte e letteratura». Il giovane fondatore, che ne assunse anche la direzione, all’epoca aveva soltanto 22 anni e lavorava nel mondo del giornalismo fiorentino conducendo le sue prime prove letterarie, alcune delle quali verranno pubblicate sulla rivista. Carocci ebbe senz’altro il merito di raccogliere intorno a sé un gruppo di collaboratori altrettanto giovani ed estremamente talentuosi, che avranno la ventura negli anni successivi di scrivere un’importante pagina della cultura e della letteratura italiana: da Riccardo Bacchelli ad Antonio Baldini, da Bonaventura Tecchi ad Arturo Loria, da Alessandro Bonsanti a Eugenio Montale, da Piero e Carlo Emilio Gadda a Giacomo Debenedetti, solo per citarne alcuni. Nella prima fase della rivista fungerà da vicedirettore Alessandro Bonsanti mentre dal 1930 affiancherà Carocci nella direzione Giansiro Ferrata.
La rivista fu formalmente mensile ma molti numeri, soprattutto quelli estivi e autunnali erano doppi, avvicinando di fatto la periodicità a quella di un bimestrale, soprattutto nell’ultimo anno.
La veste grafica cambiò di anno in anno ma si mantenne semplice e di qualità, ospitando soprattutto nelle prime annate pregevoli incisioni di piccolo formato.
Avendo ben presente la lezione di stile della precedente «Ronda», che aveva tratteggiato un ritorno al classico nella letteratura, «Solaria» si batté per un allargamento degli orizzonti culturali italiani a livello europeo e per un ritorno al romanzo come genere letterario di una certa ampiezza che superasse la poetica del frammento, così diffusa nel primo Novecento. Ai rondisti che scrissero sulla rivista – Bacchelli, Baldini, Ungaretti – si affiancarono quindi intellettuali vicini alle posizioni gobettiano-barettiane – Raffaello Franchi, Leo Ferrero, De Benedetti, Umberto Morra – e una corrente autonoma che potremmo definire autenticamente solariana – Carocci, i Gadda, Loria, Ferrata, Umberto Saba, Giani Stuparich. In pochi anni la rivista riuscì a realizzare uno sguardo aperto sulle tendenze della nuova letteratura europea, non solo di quella francese che era già frequentata dagli intellettuali italiani d’avanguardia, ma anche di quella inglese attraverso la pubblicazione di testi di Joyce, Eliot e Virginia Woolf, di quella statunitense, russa e mitteleuropea. A «Solaria» va inoltre il merito di aver scoperto o riscoperto grandi autori italiani come Italo Svevo e Federico Tozzi e di aver intuito la grandezza di poeti quali Ungaretti, Saba e Montale, allora agli albori della propria produzione.
Negli ultimi anni di vita la rivista, che non aveva fatto mistero delle sue tendenze antifasciste, incontrò difficoltà che cresceranno al punto da portare alla chiusura, dopo la pubblicazione a puntate del romanzo di Elio Vittorini, Il garofano rosso.
Pur non avendo un ruolo di primo piano, la musica è presente all’interno di «Solaria» attraverso una decina di contributi, per lo più interventi critici o recensioni di volumi, i più interessanti dei quali comparvero negli anni 1927 e 1928. Le firme sono quelle che incontriamo in altre importanti riviste culturali dell’epoca: Giannotto Bastianelli, Raffaello Franchi, Fernando Liuzzi, Leo Ferrero, e un giovanissimo Eugenio Montale. Ad eccezione di Bastianelli e Liuzzi, si tratta di intellettuali che non scrivono soltanto di musica ma sono veri e propri poligrafi, con interessi che vanno dalla letteratura, al teatro, al cinema. Proprio al ruolo del suono e della musica nel cinema sono dedicati due interventi, che entrano nelle polemiche, vive alla metà degli anni Venti, sull’introduzione del sonoro al cinema, fino a quel momento muto o semplicemente accompagnato da musica dal vivo. Il primo, a firma di Piero Gadda1, è all’interno del numero monografico dedicato al cinema; Gadda è a favore dell’utilizzo di commenti musicali alle immagini, purché siano costituiti da brani semplici, che non distolgano troppo l’attenzione, come fa invece il jazz. Il secondo, molto più ampio e articolato, a firma di Franchi2, afferma che il silenzio al cinema è un valore: se l’arte in quanto tale suggerisce la realtà descrivendola con mezzi imperfetti e ciascuna delle arti ha il suo mezzo specifico, il mezzo del cinema è la pura immagine e l’illusione che crea è aumentata dal silenzio. Raffaello Franchi, che è assiduo collaboratore della rivista, interviene ancora in argomento musicale, recensendo il saggio di Liuzzi, Jazz3, comparso sulla «Nuova Antologia» il mese precedente. La recensione riporta con una certa imparzialità il contenuto del saggio, dando per scontato che questo genere musicale, che da una decina d’anni aveva cominciato a diffondersi in Europa dagli Stati Uniti e che scatenava forti polemiche, dovesse essere apprezzato: «Non ci sono persone intelligenti avverse al cinematografo, come non ve ne sono di avverse al jazz-band». Ancora a Franchi è affidata la commemorazione di Bastianelli, morto in circostanze poco chiare a Tunisi nel 1927, probabilmente suicida.4 Il critico era comparso sulle pagine della rivista in quello stesso anno con due interventi: un interessante e appassionato saggio dedicato a Gian Francesco Malipiero5 e un intervento dedicato principalmente a Lorenzo Perosi6, musicista che Bastianelli non amava molto e a cui preferiva i novecenteschi Debussy, Stravinskij, Pizzetti e Malipiero. Un altro saggio interessante, pubblicato nello stesso 1927, è quello dedicato a Mario Castelnuovo Tedesco, a firma di Liuzzi7. In linea con gli interessi principali della rivista, Liuzzi sottolinea la “letterarietà” del compositore che si è ispirato spesso a poeti e scrittori toscani, citando diverse opere. Segnaliamo anche i contributi di Leo Ferrero8, che testimoniano l’esistenza della musica tra i molteplici interessi di questo intellettuale, alla cui morte prematura la rivista dedica una sentita memoria, seguita dalla pubblicazione di parte del suo ultimo romanzo, allora inedito, il cui protagonista è un musicista9. Segna invece il passaggio ad una nuova epoca la recensione di Eugenio Montale a Il paese del melodramma di Bruno Barilli10: Montale, che ha recensito su altre riviste anche i due precedenti volumi di Barilli, considera la polemica graffiante del critico, che era stata così innovativa ai tempi della «Ronda», ormai datata.

Note


1 Piero Gadda, Cinema e accompagnamento musicale, «Solaria», II, 3, marzo 1927, pp. 34-36.
2 L. Ferrero, Il valore del silenzio, ivi, II, 6, giugno 1927, pp. 56-61.
3 Id., Fernando Liuzzi, «Jazz», ivi, II, 2, febbraio 1927, pp. 58-59.
4 Id., Giannotto Bastianelli: In memoriam, ivi, II, 7-10, luglio-ottobre 1927, pp. 35-40.
5 Giannotto Bastianelli, Gian Francesco Malipiero, ivi, II, 2, febbraio 1927, pp. 50-57.
6 Id., Esagerazioni della critica musicale metodista, ivi, II, 5, maggio 1927, pp. 54-58.
7 Fernando Liuzzi, Mario Calstelnuovo Tedesco, ivi, II, 11 novembre 1927, pp. 60-70.
8 Leo Ferrero, Commento all’«Overture» dell’«Egmont» di Beethoven, ivi, III, 1, gennaio 1928, pp. 56-57;
Id. , Luigi Pagano, La fionda di Davide, ivi, III, 6, giugno 1928, pp. 56-57.
9 Id., Destini incompiuti, ivi, VIII, 11-12, novembre-dicembre 1933, pp. 5-52; il romanzo sarà poi pubblicato postumo in francese col titolo Espoirs, Paris, Rieder, 1935.
10 Eugenio Montale, Bruno Barilli, «Il paese del melodramma», ivi, VI, 3, marzo 1931, pp. 49-51.

 

 

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