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Campo di Marte

(1938-1939)

Scheda introduttiva di Daniela Gangale

Campo di Marte

 Fondata a Firenze nell’agosto del 1938, ebbe vita breve: terminò le pubblicazioni, infatti con il numero 11-12 dell’agosto 1939, dopo aver pubblicato un totale di 17 fascicoli, alcuni dei quali con numerazione doppia. Ebbe periodicità quindicinale, pur con qualche irregolarità, e venne diretta da Enrico Vallecchi che ne era anche l’editore. In realtà la direzione di Vallecchi fu più che altro nominale, mentre i veri animatori della rivista furono Alfonso Gatto e Vasco Pratolini, entrambi all’epoca non ancora trentenni, che daranno senza dubbio la propria impronta a tutto l’indirizzo della rivista.


«Campo di Marte» nasce in un momento storico molto delicato, alla vigilia dello scoppio della seconda guerra mondiale che vedrà l’Italia non belligerante per il primo anno di combattimenti, pur essendo alleata della Germania. Nel clima politico di tensione che comprensibilmente la società tutta e gli intellettuali italiani vivevano, le riviste culturali scelsero in genere o di non allinearsi (fu il caso di «Letteratura» di Bonsanti, ad esempio) concentrando la loro attenzione esclusivamente su temi letterari e culturali oppure di prendere posizione nei limiti concessi dalla dittatura, la cui morsa nel 1938 si fece sempre più stringente: a titolo di esempio ricordiamo che la promulgazione delle leggi razziali risale proprio al 1938.

La rivista di Gatto e Pratolini appartiene senz’altro a questo secondo tipo di pubblicazioni: con coraggio cercò infatti di esprimere una voce dissenziente dal coro della propaganda fascista che la maggior parte delle riviste orchestravano, nel tentativo di ripensare il rapporto intellettuale/società su tutti i fronti. È inoltre significativo che proprio i due caporedattori, Gatto e Pratolini, venissero dalle fila di certa stampa politica fascista («Il Bargello»), all’interno della quale avevano poi maturato posizioni fortemente critiche. Collaborarono a «Campo di Marte» giovani scrittori e intellettuali che diventeranno nomi eccellenti della cultura e della letteratura del secondo dopoguerra come, tra gli altri, Piero Bigongiari, Mario Luzi, Carlo Betocchi, Carlo Bo, Enrico Falqui, Giansiro Ferrata, Eugenio Montale, Beniamino Dal Fabbro, Oreste Macrì. Proprio per questa coraggiosa aria di libertà e di ripensamento critico che spirava tra le pagine di «Campo di Marte», il foglio fu chiuso dopo appena un anno di pubblicazioni per ordine della censura fascista.


Centrata senza dubbio sulla letteratura, pur lasciando alcuni spazi alle altre arti, pittura, musica, architettura, «Campo di Marte» viene spesso considerata una delle riviste delle avanguardie ermetiche. Di certo la forte spinta morale che caratterizza la linea editoriale della rivista trova il suo antecedente più prossimo nell’esperienza della fiorentina «Voce». Gli “esami di coscienza” del letterato Serra, il considerare la letteratura come un lavoro che può avere anche un senso di denuncia sociale, il rifiuto di pensare l’intellettuale come esterno ed estraneo alla società, sono tutti elementi che i collaboratori di «Campo di Marte» hanno chiaramente assorbito dalle esperienze vociane precedenti e che hanno fatto propri in un momento storico altrettanto, se non maggiormente drammatico.


I contributi musicali presenti nella rivista sono per lo più firmati da Ferdinando Ballo, ad eccezione di un intervento di Augusto Hermet1 e di un brevissimo trafiletto di prosa d’arte di Beniamino Dal Fabbro2, che descrive il pianista Walter Gieseking durante un concerto.

In linea con gli orientamenti editoriali della rivista, Ballo esprime una forte vis polemica anche in articoli di argomento musicale. Partendo da elementi dell’attualità come il Festival di Venezia o un concerto di musiche contemporanee dedicate a Luigi Dallapiccola, Ballo indirizza la riflessione del lettore verso temi più generali offrendo spunti critici, non solo e non tanto relativi alla musica in sé quanto piuttosto riferiti al sistema di produzione e comunicazione della musica contemporanea. In un articolo dedicato al recente Festival di Musica contemporanea di Venezia3, ad esempio, entrando in polemica con un precedente articolo di Hermet4, Ballo critica in maniera diretta ed inequivocabile il sistema di selezione degli artisti invitati, dominato dal criterio della rotazione e quindi da una inutile e negativa par condicio, piuttosto che dal valore delle musiche proposte.In La critica musicale nei quotidiani5, articolo che ha inoltre una posizione di rilievo nel fascicolo, occupando la prima pagina della rivista, Ballo pone l’attenzione sulla grande capacità che hanno i quotidiani di orientare il gusto del pubblico, mediamente poco competente nelle questioni dell’arte e della musica, sottolineando con toni allarmati la responsabilità che i critici dei quotidiani hanno, non sempre rivelandosene all’altezza.


Di grande interesse è anche Arte e polemica nella musica contemporanea6, pubblicazione di una relazione portata al Congresso internazionale di musica tenutosi a Firenze durante il Maggio Musicale del 1939, nella quale il critico dà conto di una tendenza forte della musica contemporanea ossia il voler esprimere temi sociali, valutando gli esiti diversi che questo aspetto ha portato in compositori tedeschi come Weill e in compositori russi come Šostakovič.

Note


 1 Augusto Hermet, Musica a Venezia, «Campo di Marte», I, 5, 1 ottobre 1938, p.4.

2 Beniamino Dal Fabbro, Gieseking al piano, «Campo di Marte», II, 1, 1 gennaio 1939, p.7.

3 Ferdinando Ballo, Postilla al Festival di Venezia, «Campo di Marte», I, 7, 1 novembre 1938, p.4.

4 Vedi nota 1.5 Ferdinando Ballo, La critica musicale nei quotidiani, «Campo di Marte», I, 8, 15 novembre 1938, p.1.

6 Ferdinando Ballo, Arte e polemica nella musica contemporanea, «Campo di Marte», II, 11-12, 1 luglio 1939, p.6.

 

 

 

 

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